L’Italia in estremo oriente: la concessione di Tien Tsin

di Alessio Conte.

Poco conosciuta e poco studiata, l’esperienza coloniale italiana in Cina si colloca tra gli ultimi anni dell’Ottocento e i primi del Novecento. Dopo la sconfitta di Adua (marzo 1896), risultò in maniera evidente la distanza tra le aspirazioni coloniali dell’Italia liberale e la reale situazione dello scacchiere internazionale. L’Italia, in ritardo rispetto alle altre potenze nella conquista di territori e di sfere d’influenza, cercava nuovi sbocchi per affermare la sua politica di potenza e aumentare il proprio prestigio internazionale. In questo contesto si collocano gli eventi che portarono l’Italia ad intervenire per inserirsi nel territorio cinese: prima con il tentativo fallito a San Mun e successivamente con il conseguimento della concessione di Tien Tsin.

A partire dalla seconda metà dell’Ottocento, in seguito alle due “guerre dell’oppio”, le città costiere dell’impero cinese aprirono i loro traffici commerciali alle potenze europee. Nel 1898 la stessa costa cinese fu divisa in sfere d’influenza (Gran Bretagna, Francia, Germania e Russia). L’Italia si trovò esclusa sia a causa della recente sconfitta di Adua che della quasi totale assenza di compagnie commerciali sul territorio cinese. Il dibattito parlamentare e pubblico che seguì l’esclusione dell’Italia portò (nonostante la presenza di una corrente che avrebbe preferito concentrarsi sul Mediterraneo) il ministro degli esteri Felice Napoleone Canevaro alla richiesta della baia di San Mun. La speranza di ottenere l’appoggio di Londra, come era avvenuto in Africa, si rivelò vana e ebbe come risultato la dura risposta di Pechino che negava all’Italia San Mun.

Una nuova occasione si presentò nel 1901. L’insurrezione nazionalistica dei Boxers (società segreta cinese che lottava contro la presenza e l’influenza delle potenze europee nel territorio cinese) coinvolse gli europei presenti nelle enclavi della costa. Nelle azioni militari che soppressero la rivolta si aggiunsero, oltre alle potenze già presenti, gli Stati Uniti, l’Austria, il Giappone e l’Italia.Fu subito evidente che la presenza italiana sarebbe stata prevalentemente simbolica. Le truppe inviate, infatti, furono meno numerose rispetto a quelle delle altre potenze. Le motivazioni di tale atteggiamento sono da rintracciare nel fine che la presenza di una “colonia” in territorio cinese poteva avere per lo Stato italiano. Era difficile pensare per l’Italia liberale di poter ottenere vantaggi economici e commerciali da territori in cui erano totalmente assenti reti di connessioni con le realtà locali. Le ragioni erano quindi la ricerca del prestigio internazionale e di una posizione, sullo scacchiere internazionale, accostabile alle altre potenze.

L’accordo siglato il 7 giugno del 1902  assegnò all’Italia in concessione perpetua una piccola zona di Tien Tsin. Il territorio era contraddistinto dalla presenza di terreni paludosi, di un grande cimitero e di un villaggio di 17000 persone definito con spregio “lurido villaggio cinese”. Sebbene collegato con la ferrovia e le vie fluviali, il territorio necessitava di opere di bonifica e di ristrutturazione degli edifici che avrebbero richiesto uno sforzo economico. L’Italia riuscì, attraverso concessioni a privati, a limitare gli investimenti di fondi pubblici ma d’altra parte non ebbe modo di ottenere profitti che rimasero limitati ad alcuni investitori privati e ai commercianti che si trasferirono sul posto.Durante il periodo fascista la “colonia” tornò sotto i riflettori dell’opinione pubblica e del mondo degli affari per la presenza a Pechino tra il 1927 e il 1933 di una figura di spicco come Galeazzo Ciano ma rimase comunque in secondo piano rispetto alle vicende degli altri possedimenti coloniali.

Nel luglio del 1937 l’incidente del ponte Marco Polo, in cui truppe giapponesi e cinesi entrarono in contatto, fu tra le cause scatenanti della seconda guerra cino-giapponese. In seguito il Giappone conquistò molti territori della costa cinese tra cui Tien Tsin che rimase sotto il controllo militare giapponese fino al 1945. La presenza italiana a Tien Tsin si concluse definitivamente con i trattati di Parigi del 10 febbraio 1947 che prevedevano la rinuncia da parte dello Stato italiano a tutte le colonie dell’Italia liberale e fascista.

 

Sintesi tratta da:

Luigi Nuzzo, Italiani in Cina: la concessione di Tien Tsin, in Aldo Mazzacane (a cura di), Diritto economia e istituzioni nell’Italia Fascista, Baden-Baden, Nomos, 2002.

Nicola Labanca, Oltremare. Storia dell’espansione coloniale italiana, Bologna, il Mulino, 2002.

Sui Boxers: http://www.treccani.it/enciclopedia/boxers_(Dizionario-di-Storia)/

immagine:

italiacoloniale.wordpress

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